we dance to all the wrong songs

cuba ed il software libero: alcuni spunti di riflessione

Posted: 20 Febbraio, 2007 | Author: | Filed under: materiali | Commenti disabilitati su cuba ed il software libero: alcuni spunti di riflessione

La scorsa settimana, alla XII Esposizione Internazionale dell'informatica, che si è tenuta all'università dell'Avana, il Ministro delle Comunicazioni di Cuba, Ramiro Valdés, ha annunciato l'adozione del software libero negli uffici statali e nella pubblica amministrazione. Con questo passaggio, Cuba compie un passo decisivo verso il software libero, e si pone all'avanguardia nella ricerca di strategie alternative all'informatica delle grosse multinazionali.

In realtà, è già da diversi anni che il continente latinoamericano nel suo complesso guarda con interesse al mondo del software libero. Il movimento contro la globalizzazione neoliberista, i vari forum sociali, le sinistre comuniste e socialiste, da tempo si battono affinché si esca dal monopolio informatico dei grandi trust.   

Già "il 25 e 26 giugno 2001, a L'Avana, si svolse il primo incontro latinoamericano "per la promozione di software aperto nell'istruzione, nella scienza, nella cultura e nelle attività sociali", organizzato dal governo cubano  in collaborazione con l'Unesco. All'incontro parteciparono delegazioni da Uruguay, Brasile, Ecuador, Colombia e Cuba. La dichiarazione finale esortava i governi del subcontinente a favorire l'uso di software libero e/o Open Source nelle amministrazioni pubbliche e  inserire lo studio del software non proprietario nei programmi scolastici e universitari. Il documento si auspicava anche "l'inclusione del software libero nelle politiche tese a superare l'esclusione sociale e a conseguire pari opportunità di accesso ai programmi tecnologici e all'informazione". Infine, proponeva alla comunità internazionale di celebrare una giornata mondiale del software libero il 5 ottobre di ogni anno" (autore Wu Ming 1, qui).

Nel maggio del 2005, poi, Cuba (attraverso il direttore dell'Ufficio per l'Information Technology, Roberto del Puerto, intervistato da Juventud Rebelde) annunciò un graduale passaggio a Linux, dopo le esperienze positive maturate con l'installazione del sistema operativo aperto su circa 1.500 computer. 

Adesso, a quasi due anni di distanza, il primo passo concreto: l'adozione di software libero nei computer di tutti gli uffici statali e nella pubblica amministrazione. La conferma è arrivata al termine di un incontro che ha visto partecipi alte cariche dello Stato cubano, studenti, programmatori informatici ed esperti del settore, fra i quali Richard Stallman.

Stallman, noto hacker statunitense, presidente della Free Software Foundation, si è espresso in questi termini: "La democrazia è come il software libero e la dittatura come quello proprietario, poichè nel primo l’utente non ha padrone e nel secondo è sottomesso a lui e alle funzioni che unicamente il programma privato è disposto ad offrire […] Le opere della conoscenza devono essere libere; non ci sono ragioni perchè non sia così". Nella sua conferenza Stallman ha anche esposto la filosofia del progetto GNU (attivo dal 1983) e del software libero, in particolare di Linux (alla cui elaborazione ha partecipato sin dagli inizi), sottolineandone la libertà, l’etica e il lavoro collettivo e collaborativo.

Sorvolando su moltri altri passaggi (fra i quali un'aspra critica a Bush ed al governo statunitense che sostiene l'embargo contro Cuba, e un paio di frecciatine al governo cubano su censura e libertà d'informazione), l'intervento di Stallman è stato tutto teso a dimostrare le potenzialità emancipative e sociali sottese all'utilizzo di software libero.

D'altronde queste sono, grossomodo, le stesse motivazioni che spingono Cuba e gli altri paesi latinoamericani (senza dimenticare Cina, India etc) a cercare di compiere la transizione verso un sistema informatico libero da Microsoft, Apple e compagnia bella.

Per tutti questi paesi ci sono innanzitutto forti necessità di ordine pratico, economico e politico. Infatti (e ciò vale in egual misura per l'Italia e l'UE) l'introduzione del software libero a tutti i livelli della pubblica amministrazione, nelle scuole, nell'università etc, consentirebbe di affrancarsi dagli alti costi delle licenze, dall'acquisto dei software in originale, e dal continuo ricatto degli aggiornamenti.

Non solo tutti questi passaggi costano allo Stato milioni di euro all'anno – milioni che potrebbero essere certo investiti in programmi sociali (diffusione capillare di internet, ricerca, didattica e così via) – ma causano anche l'immediata obsolescenza delle macchine. Computer funzionanti diventano presto da buttare perchè non sono in grado di sostenere i continui e pressocché inutili aggiornamenti imposti dal software proprietario. Così se ne vanno altri soldi per l'acquisto di materiale nuovo e per lo smaltimento del vecchio, e si continua a incrementare l'immondizia che già ora soffoca il pianeta (negli apparecchi informatici esistono infatti grosse quantità di materiali tossici e di difficile riassorbimento).

Ancora, nello specifico di Cuba, l'utilizzo del software libero risolverebbe una serie di problemi tecnici: come ha sottolineato il Ministro Valdés, Cuba, non potendo usufruire della rete fisica a causa dell'embargo imposto dagli Stati Uniti, che gli vieta l'utilizzo delle reti a fibre ottiche, è costretta ad un collegamento via satellite, lento e costoso, che rende difficoltosi gli aggiornamenti software. Le dinamiche innescate dal software libero consentirebbero quindi a La Havana di rendersi autonoma rispetto alla manutenzione dei propri software.

E, in ultimo, lo sviluppo del software libero permetterebbe a Cuba anche una modalità di lavoro che potrebbe garantire occupazione alla sua comunità di studenti sviluppatori che presso la Universidad de Ciencias Informáticas già stanno lavorando a Nova, una distribuzione del sistema operativo Linux basata su Gentoo.

Questi motivazioni, certo importanti e decisive, non esauriscono tuttavia il senso politico di questo passaggio. Valdés sottolinea infatti come ci si debba liberare da Microsoft in quanto emblema dell'imperialismo americano, alfiere degli Stati Uniti e "collaboratore dei servizi segreti americani". Cuba si deve schierare contro l'imperialismo anche nella battaglia che si combatte sul fronte della società dell'informazione. Una battaglia in cui i sistemi operativi giocano un ruolo significativo, concedendo o negando l'accesso a informazioni e saperi, certo, ma anche blidando codici e determinando operazioni strategiche e militari. I paesi sottoposti alla pressione statunitense devono, in questo senso, affermare la propria libertà, autonomia ed indipendenza anche dal punto di vista della produzione e della ricerca scientica, tecnica, informatica.

Ma – ancora più nel profondo, cioè portando in sé un significato più universale – il vero motivo per adottare il software libero è rappresentato dal metodo di lavoro su cui si basa il suo sviluppo. Progetto collettivo in cui la competizione (e il regime di guerra di tutti contro tutti che contraddistingue il ciclo di produzione del capitale) si trasforma in una sfida, in una mobilitazione delle proprie risorse intellettuali non per vincere sull'altro, ma per migliorare se stessi e per far così progredire l'umanità, il software libero è basato soprattutto sulla collaborazione e sulla condivisione della conoscenza, sulla risoluzione in comune dei problemi. Veicola quindi, già all'interno dello stesso processo lavorativo, valori di solidarietà, di eguaglianza, rispetto e cooperazione. Peraltro, in germe, il frutto del proprio lavoro non è sottoposto a logiche di profitto, nè è alienato da chicchessia, ma messo a disposizione della comunità degli utenti.

Nella produzione di software libero, quindi, non solo si rendono manifesti i valori sui quali si dovrebbe fondare una vera comunità umana, ma anche le pratiche concrete che li sostengono. Ci viene indicata, dal lavoro effettivo degli hacker e dal movimento copyleft, una strada diversa da quella dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Come si vede, questa serie di motivazioni eccedono l'esperienza, certo importantissima e utilissima, di Cuba e dei paesi latinoamericani, che ci forniscono un altro sprone per portare avanti – anche e soprattutto da noi – questa battaglia. Una battaglia che riguarda tutto il complesso della futura produzione e gestione dei saperi nella nostra società, e che perciò diventa un fronte irrinunciabile per chi cerca un'alternativa alle miserie del capitalismo presente. 


Comments are closed.