we dance to all the wrong songs

the dark side of youtube

Posted: 16 Giugno, 2007 | Author: | Filed under: materiali | Commenti disabilitati su the dark side of youtube

su youtube, come su molte altre realtà della rete, ci sarebbe davvero tanto da dire.
prima, anzi, sarebbe un fenomeno da studiare a fondo e con serietà, non soltanto nelle sue implicazioni sociologiche e di costume – in un certo senso evidenti a tutti, e spesso abbastanza divertenti – ma innanzitutto da un punto di vista economico.

è in un certo senso ovvio che in questa prospettiva manchino analisi di ampio respiro ed il tutto si riduca a notizie spicciole: non è interesse di questo sistema economico comprendersi, se non per quei tratti necessari alla sua stessa sopravvivenza ed al suo accrescimento, né è suo interesse collocarsi storicamente – e anche qui è noto che le leggi del capitale si presentano da quasi trecento anni come eterne e immutabili. 

forse è per questo che un'analisi ampia e veritiera non può che essere critica, volta cioè ad identificare il funzionamento, la struttura, la fisionomia, i limiti, le potenzialità di youtube – a partire dall'ideologia dei suoi fondatori (non a caso tutti estremi sostenitori del neoliberismo) fino alle sue reali connessioni con il sistema capitalistico statunitense – nella prospettiva del cambiamento. 

questo lavoro, da parte di pochissimi analisti, è ancora in corso, e per il momento se ne sa relativamente poco. né noi possiamo dirne di più, visto che facciamo fatica persino a capire i film di Vanzina. quello che invece possiamo fare è tentare di cogliere un aspetto, certamente importante e significativo, del rapporto che youtube intrattiene con il copyright. può essere che da questa prospettiva vengano fuori una serie di problemi e tematiche che potrebbero trovare in futuro un'adeguata collocazione…

(magari un giorno qualcuno potrebbe poi spiegarci come un'azienda che dichiara 67 dipendenti sia stata acquistata da google per 1,65 miliardi di dollari, e come i "simpatici ragazzi" della silicon valley si siano potuti permettere di sborsare altri 900 milioni di dollari solo per avere la partnership commerciale con myspace, configurando così un inedito blocco di potere – qui si parla di sghei, baby, non del video della mia festa di compleanno…)

una cosa si può dire da subito con certezza: il rapporto che youtube intrattiene con il copyright è ambiguo. in che senso? mettiamo a confronto l'atteggiamento ossequioso che la dirigenza di youtube ha sempre mostrato verso la regolamentazione statunitense sul copyright con il modo concreto dello sviluppo del portale. è noto come negli USA la sua notorietà sia stata enormemente accresciuta dalla ripubblicazione quasi immediata del Saturday Night Live e delle imprese atletiche delle Olimpiadi del 2006. ancora oggi, in tutto il mondo, i filmati più visti sono quelli prodotti dai media tradizionali, quelli già andati in onda sulle televisioni e che magari ci si è persi nel tg della sera o che non sono stati proprio trasmessi…

questo ci porta ad una prima considerazione: se la creatività (e spesso anche la demenza) "dal basso" dei singoli utenti, è il fattore significativo e "nuovo" del modello di rete sociale di cui youtube è la punta avanzata (il suo motto è pur sempre "trasmetti te stesso!"), bisogna certamente notare come i contenuti più visti e ricercati sono quelli già messi in circolo dalle grandi multinazionali del video, del broadcasting etc…
come nelle reti peer-to-peer, è certamente possibile il fatto di pubblicare contenuti autoprodotti, ma ciò non toglie che rimane il problema di farli sentire e vedere, cioè di convincere l'utente a scaricarli. chi lo farà e perchè? l'utopia di una comunicazione senza limiti e autogestita è quantomeno umiliata da una realtà in cui la strutturazione dei bisogni, la loro stimolazione, la creazione dei modelli, la configurazione e la circolazione dei contenuti è saldamente in mano alle grandi aziende multinazionali, con la loro pubblicità, il loro management, i loro contatti, i loro potentissimi canali… 

ovvero, dicendo una cosa piuttosto ovvia, nel mare sterminato di contenuti che è certamente possibile produrre grazie alle nuove tecnologie ed all'abbassamento dei costi, rimane il problema di farsi sentire, di emergere, di farsi selezionare come "ciò che interessa", ed in genere questo avviene in base a criteri già decisi da chi fa il trend culturale e sociale. se in fase di produzione dei contenuti abbiamo "naturalmente" interiorizzato la dinamica sociale in cui viviamo, impiegando spesso atteggiamenti e soluzioni tecniche abbondantemente in uso nel mainstream, in fase di fruizione questa dinamica si rende ancora più esplicita, facendoci cercare solo ciò di cui già abbiamo sentito parlare, che ci ha incuriosito, che ha avuto notorietà pubblica etc… 

questo discorso non implica ovviamente che non possano esistere delle nicchie – anche significative – di relativa autonomia, così come non implica che il processo sia del tutto spersonalizzante. 
anzi,  questo processo si basa sempre su un'attiva complicità degli utenti: da un lato la comunicazione orizzontale è studiata e sezionata in ogni suo aspetto, venendo sfruttata con trucchi beceri quanto efficaci (come le campagne pubblicitarie lanciate sui forum e sulle chat di discussione, attraverso utenti apparentemente normali ma in realtà "pilotati" ), o con sofisticate analisi (cosa è lecito aspettarsi piacerà all'utente medio?); dall'altro lato, la creatività dal basso viene sussunta nella logica economica delle grandi compagnie, che spesso addirittura "rubano" le idee già messe in circolo, senza scopo di lucro, dagli utenti (peraltro ciò succede da decenni con le sottoculture giovanili, spesso nate in antitesi all'ordine dominante e ben presto ridotte a varianti "contestative" delle mode di massa). 

insomma, quell' "eccedenza del dono" sulla quale si dice si basi oggi la creazione e la condivisione di contenuti in rete, quella logica al di fuori della produttività che sembra far saltare ogni ferrea legge dello scambio economico, regolando i nostri rapporti sull'abbondanza dei beni e sulla infinita riproducibilità dei contenuti, assume in verità in questo sistema la forma di serbatoio di creatività e sollecitazioni da cui il capitale può sempre attingere per la creazione (per quanto "fresca" ed "eterodossa") dei contenuti atti a generare profitto! 
non usciamo quindi dal discorso della "valorizzazione", della "mercificazione", della "alienazione": semmai tutto il processo è un po’ più raffinato rispetto al passato, e ricco di mediazioni, cosicché noi, presi in mezzo, ci capiamo un po’ meno.

d'altra parte, nel suo nocciolo, questa ricchezza diffusa di conoscenze (ricordiamolo una volta per tutte: solo in piccole fette della popolazione mondiale, ed in aree minoritarie dei nostri stessi paesi occidentali) ci dimostra ancor di più le enormi potenzialità di una società affrancata dalla logica della produttività per il profitto, facendoci balenare un'immagine (quanto utopica?) di un'umanità che comunica senza la mediazione di merci e denaro, un'umanità realmente riportata a sé, che creando si realizza, ponendo sopra a tutto il suo essere sociale, la sua versatilità di genere… 
questo discorso quasi edenico ci porta per contrasto ad una seconda considerazione, che è un pò tangente a youtube, ma può valere contro qualsiasi ideologia interessata a glorificare la libertà che la rete concede. 

dovremmo ormai aver capito che il gioco del nostro sistema economico-sociale è quello di conservare un regime di proprietà favorevole a chi detiene il posto dominante nel sistema di produzione, garantendo a tutti una libertà "formale" ma non "materiale". 
questa concessione "formale" della libertà di parola, di critica, di opinione, è il vanto della nostra democrazia, e la principale linea di demarcazione con la dittatura (sebbene spesso sia tutt'altro che vero, sia perchè queste libertà sono sempre pronte ad esser ritirate quando l'esistenza di tale regime "liberale" è reputata sotto attacco, sia perchè basta dare uno sguardo fuori del nostro piccolo Occidente per capire quanto certe determinazioni "democratiche" siano del tutto formali. con questo non si intende dire che tale complesso di libertà non sia importantissimo, utile, e decisivo: qui si sottolinea un'altra difficoltà).

in altre parole, questa determinazione "formale" e non "materiale" della libertà è lo scarto che esiste fra una libertà apparentemente sempre accessibile, e formalmente alla portata di tutti (teoricamente chiunque può esprimersi), e l'esercizio concreto di quella libertà (in realtà pochi lo fanno, o perchè non hanno i mezzi o perchè magari lo fanno ma non si viene a sapere). 
è un problema abbastanza discusso: il vecchio Togliatti, ad esempio, tentava di chiarire questa differenza tramite un confronto critico. in un regime capitalista occidentale è molto probabile che io come cittadino abbia la libertà per stampare il giornale, ciò non toglie però che io come operaio, contadino, o cittadino medio non possa concretamente farlo, perché ho bisogno di apparecchiature e macchinari troppo costosi. da questo punto di vista, la mia libertà è sollecitata a qualcosa che non può veramente fare, e che è appannaggio solo di una ristretta classe.  inversamente, nelle società socialiste vi può essere un controllo maggiore, ma entro i limiti della censura io ho assicurati i mezzi di espressione, perchè le apparecchiature sono a disposizione di tutti, e forse non è nemmeno troppo difficile fare il giornalista, visto che posso studiare, se mi va.

chiaramente quest’esempio, assunto nella sua formazione originale, sembra – oggi e nel mondo occidentale – quanto mai datato. lasciamo stare la strumentalità di un confronto falsato dal fatto che la più infima pubblicazione era prassi della censura (ma il discorso sarebbe ben più lungo e complesso); più che altro, nell’epoca del personal computer e di internet, i mezzi d’espressione, che siano macchine o conoscenze, sembrano a disposizione di molti, se non di tutti. 

pur mettendo da parte un altro ordine di problemi (quando creo visto che mi ammazzo di lavoro dalla mattina alla sera, cosa produco dato il bombardamento che ho subito negli anni della mia formazione, dove trovo la voglia visto che m'hanno insegnato a pensare a comprare il vestito di marca), l’esempio di Togliatti conserva una forte attualità se si considera appunto che oggi il problema della determinazione solo "formale" della libertà non si incentra tanto sullo scrivere, comporre, disegnare, pubblicare in sé, ma semmai nel riuscire a far emergere il proprio prodotto nella massa impressionante di proposte ed informazioni.
la distinzione tra libertà formale e materiale sembra spostarsi, cioè, dal piano della mera produzione dell'oggetto culturale al piano della comunicazione e della promozione dell’evento, che sia esso giornale, opera d’arte o manifestazione politica, giacché non a tutti è concesso di comprare uno spazio adeguato ad avere effettiva risonanza. spostamento come si vede abbastanza relativo, visto che l'ambito pubblicitario è parte integrante della dinamica di produzione e la longa manus del controllo produttivo.  

be', forse s'è detto troppo e subito, però ci rimane d'andare a vedere adesso se queste cose sono vere nel meraviglioso mondo che ci propongono le "piattaforme sociali" come youtube.
tornando quindi al nostro argomento iniziale, ovvero al rapporto ambiguo fra youtube e diritto d'autore, dobbiamo constatare che da un lato, per farsi conoscere e superare quella soglia critica dopo la quale scatta la reazione a catena della notorietà, youtube ha avuto ed ha bisogno di violare sistematicamente i copyright di video, pubblicità, spezzoni di film e trasmissioni televisive etc, dall'altro lato ha intrapreso, sotto la spinta delle grandi multinazionali e con la minaccia della chiusura, una serie di azioni repressive volte ad eliminare quei contenuti dal suo database.

questo processo si è accentuato sempre di più nel tempo. a partire dall'aprile 2006 youtube ha iniziato una massiccia pulizia dei contenuti che violano il copyright act, arrivando oltre i 100.000 video cancellati, eliminando anche numerosi account per la continua violazione delle norme (peraltro, è proprio per questo motivo che i video non possono durare più di 10 min. circa, e vengono quindi spezzati dagli utenti in diverse parti). 
 questo è certamente il primo esempio di come la libertà di espressione e di condivisione dei contenuti venga annullata quando lede il profitto (molti di questi erano video che, senza scopo di lucro, utilizzavano come colonne sonore brani famosi, o rimontavano spezzoni di film celebri). qui si assiste ad una modalità repressiva in un certo senso "classica", che ha costellato e che in parte informa ancora oggi tutte quelle campagne contro le reti peer-to-peer e la pirateria domestica: la multinazionale che avanza le sue pretese e mostra il pugno di ferro.

ma attenzione, perché la storia non finisce qui. negli ultimi anni assistiamo infatti anche ad un'altra dinamica.
innanzitutto è interessante notare come le azioni legali intraprese contro youtube (in primis l'attacco sferratole dalla NBC) le abbiano solo conferito una maggiore notorietà. e poichè lo scopo di youtube non era certo quello di ridefinire il copyright o di combatterlo, ma quello di interpretare un'esigenza largamente avvertita fra gli utenti della rete, anche se questo comportava irregolarità (infatti ipocritamente youtube si è sempre dimostrata felice di poter obbedire alle richieste di censura dei grandi colossi), è stato relativamente facile accordarsi in seconda battuta per una ripartizione degli introiti.

nel giugno del 2006, è proprio la NBC a fare un passo indietro ed ad annunciare un accordo strategico con la nuova piattaforma di distribuzione dei video. che vuol dire? semplice: tu metti pure i video on line, basta che poi mi paghi i diritti. ed i soldi da dove li prendo? ma dalla pubblicità che metti sul sito, è ovvio!

NBC si è spinta persino oltre, aprendo un canale ufficiale su youtube che gli permette di mostrare videoclip promozionali dei suoi programmi. la CBS ha fatto lo stesso: prima ha chiesto a youtube di rimuovere i video, poi, attraverso, Sean McManus, presidente della CBS News and Sports ha affermato che è meglio avere la maggiore attenzione possibile, e mettere in visione i video su tutti i canali possibili, piuttosto che reprimerne la visione.
la Warner Music e la EMI hanno subito firmato anche loro contratti analoghi, basati sulla ripartizione delle pubblicità, seguiti dalla Universal e dalla CBG, vale a dire che le quattro grandi multinazionali che detengono circa il 90% del mercato mondiale, hanno cambiato in parte la loro strategia.

così il rapporto fra contenuti e pubblicità si capovolge: non è più la pubblicità a permettere l'esistenza del portale, ma i contenuti a legittimare quel bombardamento pubblicitario; i contenuti sono la pubblicità della pubblicità, ciò che ci attira ad andare lì dove saremo soffocati da mille segnali, le isole rade disseminate nel mare delle proposte che assorbiamo senz'ormai più nessun filtro critico, senza più sapere dove inizia o finisce la sollecitazione ad avere.
che un simile discorso sia così pervasivo ed in un certo senso tenti di essere coinvolgente, lo si vede dal fatto che i medesimi contenuti siano veicoli pubblicitari essi stessi (vedi appunto la strategia della NBC, o della Warner che lasciando un videoclip là sopra tenta di vendere tutto il disco), e che si tenti di far penetrare il discorso economico in una comunità che in larga parte partecipava senza scopo di lucro, per il piacere (o, nel lato peggiore, per un esibizionismo in sé abbastanza indicativo) di condividere contenuti. è in questo quadro di continua sussunzione e di allargamento del business che deve essere inquadrata la proposta della dirigenza di youtube di ricompensare gli utenti con una ripartizione dei proventi pubblicitari.

in tutto questo la repressione esiste ancora, certo, ed è demandata, oltre che alla segnalazione dei detentori del copyright, anche alla comunità dei naviganti che sono invitati a controllare le violazioni e riferirle, ingenerando – in pochi di loro a dire il vero, visto che la cosa non attecchisce – un'ottica paranoica.

un'altro passaggio chiave della censura sui contenuti protetti da diritto d'autore è rappresentato da nuovi progetti di controllo come "le impronte digitali" dei brani musicali. 
questa tecnologia di identificazione video è stata elaborata – guarda un pò – in collaborazione con due delle più importanti media company del mondo, Time Warner e Disney, e dovrebbe aiutare i proprietari di contenuti – come film e programmi tv – a identificare i video caricati online senza il loro permesso. dopodiché, saranno le società a decidere se rimuovere i video oppure se lasciarli sul sito, nell'ambito di un accordo sulla ripartizione dei proventi con YouTube, che potrà vendere inserzioni da collocare accanto ai video in questione.

la notizia non è nuova: infatti nove mesi fa, youtube aveva già annunciato che avrebbe messo a disposizione questi strumento entro la fine del 2006, ma il compito è risultato poi complesso dal punto di vista della tecnologia. ora dicono che tutto ciò avverrà nel giro di un mese, chissà…

insomma, come nel caso di google, di myspace e di tantissime altre innovazioni della rete, siamo di fronte al "se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi": con una modifica ai propri modelli di business, mediante una serie di accordi con queste realtà emergenti, mantenendo alto il livello repressivo, le multinazionali possono continuare tranquillamente a fare i loro interessi, e mantenere alti i loro profitti, prima con la radio FM adesso con il web 2.0…

ecco ancora un altro caso che dimostra come, al di là delle utopie di molti teorici del web e delle pie illusioni degli utenti, esaltati dal fatto di poter comunicare con un abboriggeno australiano, le innovazioni proposte si giocano sempre all'interno dello stesso sistema, semmai con un passaggio di potere (ma anche questo piuttosto relativo) fra gruppi diversi.


in conclusione, noi siamo lontanti dall'aver visto bene l'altra faccia di youtube, il suo lato oscuro, ed i meccanismi che regolano i settori più "avanzati" del capitalismo attuale. ma una cosa ci sembra chiara: che si tratti di cooptazione o di affermazione di nuovi modelli di business all'interno dell'economia dominante, quello che è certo che non si fa un passo fuori dalla logica del profitto, né ci si può aspettare molto di meglio… 

ovviamente se diciamo tutto questo, non è per nostalgia dei segnali di fumo, o per paura del cambiamento: è un vecchio trucco far apparire "conservatrici" le forze sociali più avanzate). esistono delle possibilità enormi inerenti agli strumenti tecnologici, ed esiste una ricchezza possibile per tutti, a patto di superare un sistema che ci vincola al profitto, alla riproduzione, sempre più insensata, del capitale. forse non succederà domani, e nemmeno dopodomani, ma, tutto sommato, ci conviene inventare qualcosa di nuovo.
e nel frattempo magari guardarci, senza sperarne troppo, the video bay, la risposta collettiva e no-copyright a quei furbastri di youtube… 


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